Ieri sera,  con due amici che praticano Yoga e Aikido, ci siamo imbarcati in una riflessione sulla diversa finalità dell’insegnamento “all’Occidentale” rispetto a quello “tradizionale”. Con uno di loro in particolare, che è dirigente scolastico, è emerso un tema che merita qualche approfondimento: il ruolo del “maestro” nei due approcci pedagogici.

Per farla breve, da docente, mi sta un po stretto il metodo secondo il quale chi “capisce” va avanti, senza preoccuparsi degli altri, tipico dei percorsi intellettuali che portano – o dovrebbero portare – alla “illuminazione”. In questo contesto, certamente, ogni metodo è valido, dalla indiscutibilità della “parola” del maestro, al gesto tecnico solo eseguito (senza spiegazione) e “lanciato” nel dojo perché qualcuno lo raccolga. Ma se l’obiettivo è aiutare ciascuno a migliorare la propria condizione, allora questo sistema non funziona.

Preferisco un metodo che parli e aiuti a tutta la classe. Poco importa se dal dojo non usciranno eserciti di Buddha o di campioni internazionali. Già, perché in questo discorso non bisogna dimenticare il terzo cardine: quello dell’agonismo, in cui l’obiettivo dell’insegnante, o meglio del tecnico (e la differenza in termini semantici non è banale né irrilevante) è solo uno: la vittoria. Anche in questo caso la didattica cede il passo a un sistema di condizionamento fisico e mentale che non ha tempo per gli altri, ma solo per il (futuro) campione. E come l’insegnamento tradizionale, si tratta di una visione che tradisce il ji ta kyo ei.

Andrea Monti

L’ultimo corso per aspiranti allenatori di Judo, Ju Jitsu e Karate in Abruzzo è stato caratterizzato da una vivace discussione sulla difficoltà di far coesistere lo spirito tradizionale (il cui obiettivo è un percorso di realizzazione personale) con i metodi di allenamento occidentali, più orientati alla ricerca della prestazione sportiva di eccellenza).

Il tema è sicuramente complesso, perché la didattica tradizionale non è immediatamente “sovrapponibile” a quella occidentale. Il che può creare confusione sia nel tecnico, sia nell’atleta. Da un lato, è forse anacronistico “vivere” il Dojo come una sorta di tempio, ma dall’altro lato è probabilmente insensato trasformare il Judo in una “semplice” disciplina di combattimento sportivo.

Certo è che fino a quando questa schizofrenia permane, sarà difficile superare il contrasto.

Andrea Monti