Efficace esempio di uchi mata. Il rumeno commette un’ingenuità nello stare curvo in avanti di fronte ad uno specialista del calibro di Suzuki. Notare il lavoro sulla manica,azione damashi tipicamente giapponese, atto a disperdere l’attenzione nell’atleta avversario. La “confusione” generata, distoglie l’attenzione dall’azione principale.

Per essere efficace, l’azione damashi ha bisogno di essere ripetuta più volte di seguito. E’ un fatto noto e studiato in psicoterapia (ma anche nella psicologia dell’inganno, dei giochi di prestigio e del mentalismo) che di fronte a un fatto nuovo o imprevisto il cervello perde la capacità di elaborare quello che gli sta attorno per concentrarsi sull’evento specifico.

In questa perfetta interpretazione di tai-otoshi, la lotta sulle prese è accettabile poichè non ha lo scopo di bloccare l’avversario impedendogli di esprimere il suo judo, ma quello di creare un’azione diversiva, adatta a distogliere l’attenzione di uke dalla tecnica che tori sta preparando. L’attenzione di uke, nel momento dell’attacco, peraltro fulmineo, è ancora completamente rivolta all’effettuare la presa…

La migliore opportunità per tai otoshi è “henka yotsu” ossia prese opposte – destro contro mancino – Qui l’atleta russo, mancino, affonda un eccellente tai otoshi approfittando del momentaneo vantaggio sulle prese rispetto all’avversario. L’atleta del Laos, destro, porta entrambe le mani al bavero sinistro del russo. In un primo istante, nel portare avanti anche il braccio sinistro, pareggia i piedi assumendo una posizione ancora accettabile dal punto di vista difensivo, ma successivamente arretra di nuovo la gamba sinistra, riportandosi in migi shizen tai, lasciando però in avanti la mano sinistra. Questa posizione destra, con la spalla sinistra avanzata, è fortemente penalizzante ed il russo è bravo a congelare l’azione in uno splendido ippon.

Renraku O uchi gari – O soto gari


O soto gari spiegato da Y. Yamashita p. 1


O soto gari spiegato da Y. Yamashita p. 2


Swain vs Koga

Ieri sera,  con due amici che praticano Yoga e Aikido, ci siamo imbarcati in una riflessione sulla diversa finalità dell’insegnamento “all’Occidentale” rispetto a quello “tradizionale”. Con uno di loro in particolare, che è dirigente scolastico, è emerso un tema che merita qualche approfondimento: il ruolo del “maestro” nei due approcci pedagogici.

Per farla breve, da docente, mi sta un po stretto il metodo secondo il quale chi “capisce” va avanti, senza preoccuparsi degli altri, tipico dei percorsi intellettuali che portano – o dovrebbero portare – alla “illuminazione”. In questo contesto, certamente, ogni metodo è valido, dalla indiscutibilità della “parola” del maestro, al gesto tecnico solo eseguito (senza spiegazione) e “lanciato” nel dojo perché qualcuno lo raccolga. Ma se l’obiettivo è aiutare ciascuno a migliorare la propria condizione, allora questo sistema non funziona.

Preferisco un metodo che parli e aiuti a tutta la classe. Poco importa se dal dojo non usciranno eserciti di Buddha o di campioni internazionali. Già, perché in questo discorso non bisogna dimenticare il terzo cardine: quello dell’agonismo, in cui l’obiettivo dell’insegnante, o meglio del tecnico (e la differenza in termini semantici non è banale né irrilevante) è solo uno: la vittoria. Anche in questo caso la didattica cede il passo a un sistema di condizionamento fisico e mentale che non ha tempo per gli altri, ma solo per il (futuro) campione. E come l’insegnamento tradizionale, si tratta di una visione che tradisce il ji ta kyo ei.

Andrea Monti

L’ultimo corso per aspiranti allenatori di Judo, Ju Jitsu e Karate in Abruzzo è stato caratterizzato da una vivace discussione sulla difficoltà di far coesistere lo spirito tradizionale (il cui obiettivo è un percorso di realizzazione personale) con i metodi di allenamento occidentali, più orientati alla ricerca della prestazione sportiva di eccellenza).

Il tema è sicuramente complesso, perché la didattica tradizionale non è immediatamente “sovrapponibile” a quella occidentale. Il che può creare confusione sia nel tecnico, sia nell’atleta. Da un lato, è forse anacronistico “vivere” il Dojo come una sorta di tempio, ma dall’altro lato è probabilmente insensato trasformare il Judo in una “semplice” disciplina di combattimento sportivo.

Certo è che fino a quando questa schizofrenia permane, sarà difficile superare il contrasto.

Andrea Monti